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Introduzione
| Forma
di governo |
Repubblica |
| Superficie |
1 285 216 kmq |
| Popolazione |
25
662 000 abitanti (stima 2000) 20 ab./kmq |
| Capitale |
Lima |
| Divisione
amministrativa |
24
dipartimenti |
| Unità
monetaria |
Nuovo sol |
| Lingua
ufficiale |
Aymará,
quechua e spagnolo |
| Membro
di |
OAS e ONU |
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Perù per l'ingrandimento
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Fra gli Stati dell'America Meridionale, il Perú è,
forse, quello che meglio ne esprime le opportunità e le
contraddizioni, i valori storici e i contrasti fisici,
la continuità culturale e l'instabilità politica. Un mix
davvero complesso, affascinante per certi versi e
preoccupante per altri, che vede il Paese proiettato nel
futuro per le indiscutibili potenzialità economiche e,
nel contempo, ancorato al passato per i generi di vita
tradizionali.
Il profilo batimetrico e altimetrico, lungo la
direttrice ovest-est, presenta dissimmetrie pressoché
uniche al mondo: ben 13 000 m in neppure 300 km, nella
sezione meridionale, tra i fondali dell'Oceano Pacifico
e i rilievi alle spalle di Arequipa. È nel Perú del
resto, insieme alla Bolivia, che il sistema andino
manifesta appieno la straordinaria energia dei movimenti
orogenetici che lo hanno costruito e, nello stesso
tempo, la maggiore articolazione, in tre fasci di catene
parallele che racchiudono valli fluviali e altipiani,
cuore dell'antica civiltà incaica. I valichi scendono
raramente al di sotto dei 4000 m, costringendo le vie di
comunicazione tra cui le celebri ferrovie transandine
a raggiungere quote eccezionali per i manufatti della
civiltà industriale e decisamente proibitive per gli
Europei, senza un periodo di adattamento. Proprio qui,
al contrario, vive ancora la maggioranza della
popolazione locale, spesso conservando tradizioni
arcaiche nonostante lo sviluppo di grandi città interne
come Cuzco e i flussi migratori verso le aree urbane
costiere, soprattutto quella della capitale, arrivata a
concentrare un quarto dell'intera compagine demografica.
Gli originari caratteri etnico-culturali si sono dunque
preservati meglio che altrove, pur se a prezzo di
condizioni durissime di arretratezza, che fanno delle
Ande peruviane una delle regioni più problematiche nel
quadro mondiale della povertà. Impressiona, dunque,
ammirare in un simile contesto le vestigia di
quell'impero che, tra il XII e il XV secolo, gli Inca
riuscirono a creare su una superficie più estesa
dell'attuale Stato, abitata da un popolazione per
l'epoca assai numerosa, stimata in 12 milioni di
persone. Emblema "turistico" di tale
straordinaria vicenda, rimasta a lungo nell'ombra, sono
divenuti, ormai da qualche decennio, i resti di Machu
Picchu, città fortificata che, insieme ad altre,
presidiava, da siti quasi inaccessibili, il vastissimo
spazio imperiale; ma ancor più quelli della tecnica
urbanistica e di quella manifatturiera, apprezzabile
soprattutto nella lavorazione dei metalli preziosi,
rivelano la capacità di organizzazione del territorio
che, oggi, è possibile ricostruire. Infatti pur
disponendo di mezzi limitati e non conoscendo né la
ruota né il cavallo (i primi esemplari giunsero con le
truppe di Francisco Pizarro), gli Inca realizzarono una
rete stradale di migliaia di chilometri, attraverso la
quale controllavano il funzionamento di un sistema
statale decisamente evoluto, basato non sulla violenza e
sul dispotismo religioso, come altri dell'America, bensì
su una struttura economica e sociale di tipo
comunitario.
Travolta dalla conquista spagnola, la civiltà incaica
decadde repentinamente, lasciando il posto allo
sfruttamento indiscriminato delle risorse e a forme di
governo estranee, conflittuali e incapaci, anche dopo il
conseguimento dell'indipendenza, di tracciare un
percorso efficace e coerente di modernizzazione.
L'afflusso di capitali stranieri, a cavallo fra il XIX e
il XX secolo, determinava forme di neocolonialismo
economico che "importavano" nel Perú, come
nella quasi totalità dei Paesi sudamericani, il modello
urbano-industriale fondato sulla centralizzazione dei
poteri e dei fattori produttivi. Le antiche forme di
agricoltura erano sostituite dal latifondo e ciò
causava il degrado assoluto della condizione rurale
(nonostante i successivi piani di sviluppo, troppo
spesso tecnocratici e pertanto inefficaci), spingendo
enormi masse di contadini verso un urbanesimo del tutto
incontrollato.
Lima, come detto, diveniva tipica città-primate, la cui
espansione si verificava, a partire dal nucleo storico,
per successive fasi di sovraffollamento e di espulsione
dei ceti deboli, costretti a ricorrere a forme di
insediamento precario: il tugurio e la barriada.
Il primo rappresentava, fino agli anni Quaranta, l'unica
forma di inserimento degli immigrati nel tessuto urbano,
mediante l'appropriazione di edifici fatiscenti o la
costruzione di abitazioni precarie. La seconda, invece,
dava luogo a interi quartieri popolari autocostruiti da
associazioni o cooperative, che, in un contesto di
pianificazione sostanzialmente assente, dovevano
provvedere anche alla dotazione dei servizi essenziali,
spesso non riuscendovi. Così, le stesse barriadas
andavano incontro a processi di "tugurizzazione",
pur se in parte, negli anni Sessanta, venivano
recuperate all'interno dell'urbanistica "normata".
In ogni caso, ancora durante il governo militare andato
al potere sul finire di quel decennio (e che si definiva
"rivoluzionario, socialista e umanista", in
opposizione sia al capitalismo che al marxismo),
l'atteggiamento nei confronti dell'immigrazione urbana
fu sempre improntato a una complessiva tolleranza,
evitando tensioni esasperate per di più in un
periodo di grave recessione economica ma
compromettendo la possibilità di un riordino
dell'immensa agglomerazione, ormai estesa fino alla
costa, che pure si sarebbe tentato a partire dagli anni
Ottanta (così Filippo Di Donato, 1993, in un articolo
pubblicato nel Bollettino della Società Geografica
Italiana).
Gli anni Novanta segnavano la forte ripresa
dell'economia peruviana, che sfruttava le strategie di
decentramento attuate dai Paesi sviluppati per crescere,
in media, addirittura del 6% all'anno: una vera
esplosione, tuttavia arrestata dalla crisi finanziaria
del 1997, che coinvolgeva l'America Latina insieme o
ancor prima dell'Asia. La paradossale situazione
politica creatasi intorno alla figura del presidente
Alberto Fujimori, fino al suo abbandono nel 2000, non
favoriva la ripresa e, tuttavia, le condizioni del Perú
si mantenevano meno peggiori di quelle di altri Stati
vicini, almeno in base ai dati economici ufficiali. Una
campagna di aiuti alimentari non evitava, peraltro, che
un terzo della popolazione dovesse classificarsi al di
sotto della soglia di povertà. A ciò si aggiungevano,
data la posizione geografica direttamente esposta, gli
effetti disastrosi di El Niño, particolarmente
sull'importante comparto peschereccio.
Risorse naturali abbondanti e diversificate, nonostante
gli ostacoli frapposti dalle barriere naturali, e
fondamentali di bilancio non troppo compromessi lasciano
comunque aperte prospettive future tanto migliori quanto
più rapidamente il Paese saprà darsi un modello
organizzativo proprio, magari tornando a percorrere, nel
mondo globale, quei remoti sentieri ideali già
sperimentati nel passato.
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